giovedì 1 maggio 2014

Marx è morto. Viva Marx!!! - Divisione internazionale del lavoro e precarizzazione



Insomma, se il comunismo reale è crollato e lì dove ancora vi resiste è solo la parte predatoria più grande, per nemesi storica l'economia è diventata la piattaforma strutturale di qualsivoglia articolazione di discorso.
Anzi, tutto il dibattito sembra essere monopolizzato (tanto per restare in tema economico!) dalle argomentazioni di carattere economico, e lo scontro è tutto interno a quelle che vogliono definirsi scienze delle relazioni umane... poichè queste sono e null'altro, oltre le apparenze spacciate per evidenze. Se così non fosse non troveremmo divertente, ad esempio, Bagnai che duella con Zingales... sì, Zingales, colui che da liberale sbugiardò le finte lauree e master del suo compagno di partito Oscar Giannino, costringendo lo stesso a ritirarsi dalla corsa elettoralistica nelle scorse politiche e facendo (altra nemesi) declinare all'insuccesso la formazione politica Fermare il Declino... sì, lo stesso Zingales che da liberista oggi siede fra i boiardi di Stato nei cda delle imprese controllate dal ministro dell'Economia, fresco fresco di nomina... un'altra nemesi... un domino di nemesi, verrebbe da scrivere, se non fosse che nulla accade per caso.



Gli economisti fanno fatica a leggere (vogliamo sperar di no!) qualcos'altro rispetto a diagrammi, curve, parabole, e categorie... pitagoriche. Lo sforzo umano di numerizzare l'universo è antico quanto Re Lear. Più difficile è comprendere che le relazioni umane e le scienze a loro applicate rischiano di travisare un dato di fatto... oggettivo: il soggetto e le relazioni fra soggetti sono ciò che più sfuggono, per natura intrinseca al nome, all'oggettività.
Ad esempio, chissà se qualche economista ha mai letto questo libro:

Il declino del capitalismo di Emanuele Severino

Severino in questo libro di 20 anni fa scriveva che il capitalismo vinta la sfida contro il comunismo reale e la democrazia reale, oggi è sfidato dai disastri umani e ambientali che esso stesso genera e quindi vede la sua sorte dipendere da quello della tecnica a cui si affida per la risoluzione, ma la tecnica risponde a principi diversi da quelli del capitalismo... così snaturando la natura stessa del capitalismo e la sua ragion d'essere che è il perseguimento del profitto ad ogni costo... esternalizzato (verrebbe da scrivere!). Il capitalismo, perdendo l'anima con il patto di eterna giovinezza che sigla con il demone razionalistico della tecnica, cede a questa la sua ragion d'essere, diventando così il suo scopo la ri-produzione indefinita  di scopi, o se volete la completa perdita del mondo di riferimento reale per autoriferirsi al mondo razionalizzato. Il capitalismo diventa... hegeliano, anzi nella sommatoria fra il travalicamento prometeico del limite e la coniugazione del reale al razionale il capitalismo partorisce il cieco mostro tecnocratico dove le persone e le cose delle persone scompaiono  nell'universo indefinito della... rappresentazione numerica. Dite che non è così? Ed allora perchè mai una volta le esistenze tracciavano memorie mentre adesso, in sintonia con l'ordine nuovo del discorso, stendono bilanci?

Infatti, serpeggia sempre più la consapevolezza che la crisi del capitalismo italiano sia imputabile alle sovrastrutture monetarie e finanziarie, in primis all'adesione all'Euro, mentre invece qui avanziamo la certezza che il capitalismo abbia smarrito la sua natura "rivoluzionaria" (per dirla con il Marx feriale e non quello della domenica che tanto piace ai ginnasti delle falangi), ovvero la sua natura di trasformazione degli strumenti di produzione, dei rapporti di produzione e dunque di tutti i rapporti sociali. La crisi del capitalismo, introdotta violentemente dalla globalizzazione dello scopo capitalistico a tutto il genere umano, è che la produzione di un bene non può essere separata dalla ri-produzione del bene... altrimenti è mera "crematistica" come la intendeva Aristotele... e null'altro. E la crematistica è oggi l'attitudine semplificata e semplicistica dell'intendere le relazioni di produzione, tanto è vero che possiamo affermare che l'ossessione compulsiva della produzione delle merci è saldamente ancorata all'ansia consumatrice - del cittadino-consumatore di bersaniana definizione -  della ri-produzione semantica della merce: se tutto è merce, nulla è più scambiato! Nulla diventa oggetto di cambiamento ma solo riproduzione insistente dell'esistente, ovvero Tecnocrazia.

Tecnocrazia alla quale, scelleratamente, il capitalismo ha affidato la sua salvezza.
In questo post scrivevo:

Oggi esistono tecnologie per il riconoscimento facciale, tecnologie che trattano le video-riprese per strada e le incrociano e combinano con altri dati. La Palantir Technologies è, su questo ramo, la migliore della Silicon Valley. Non fatevi sorprendere dalla home page dove spicca una foto molto friendly dove appare che qui l'ambiente di lavoro è molto fricchettone: la filosofia è chiara e non lascia adito a nessun dubbio. Quello che fanno è brevemente così descritto:

Costruiamo software che consentono di dare un senso alla moltitudine di dati eterogenei. Risolviamo problemi tecnici in modo che possano risolvere quelli umani. Lotta contro il terrorismo. Perseguire i crimini. Lotta contro la frode. 

I valori guida sono riassunti nel motto: siamo tutti ingegneri, nel senso che l'essere ingegneri è una forma mentis:
Gli ingegneri cercano di costruire le cose, credono che le idee debbano essere valutate per i loro meriti, e parlano quando qualcosa non è giusto.
Questa filantropia ingegneristica, naturalmente, non s'interroga su ciò che è meritevole e giusto, altrimenti si aprirebbero capitoli e tomi che risucchierebbero tutta sta prosopopea nel buco nero chiamato uomo. Ad ogni buon conto deve bastare il fatto che il loro obiettivo è costruire una società diversa:
Una società fondata e costruita da ingegneri è una società che costruisce ossessivamente opere di sostanza misurabile.

Il denaro, ad esempio, è la quintessenza della misura, riuscendo a stabilire quanto di più complicato ci sia nelle relazioni di scambio: l'equivalenza.


Bene... finita la premessa...
Andiamo a bomba sull'argomento centrale di questo post, e che vuol essere la comprensione di quale lavoro (e quale democrazia e diritto di cittadinanza lo tuteli) a fronte della divisione internazionale del lavoro che la globalizzazione ha avviato e va consolidando.
Credo che sia indubbio il fatto che in Europa, eccetto alcuni Paesi come la Germania che sono dedicati alla produzione industriale, gli altri debbono riconvertire le attività produttive e le opportunità di lavoro e la regolamentazione giuridica delle stesse. Non perchè qualcuno ha dormito male la notte e la mattina si è levato incazzato... ma perchè è in atto una divisione internazionale delle attività lavorative: ci sono Paesi, o meglio provincie di Paesi come il Wuandong in Cina ad esempio, che sono dedicati alla produzione industriale massiccia. L'Italia, che è il 2° produttore di acciaio d'Europa, produce 1/10 dell'acciaio che si produce nel Wuandong! Naturalmente ancora per poco, dato che tutti gli impianti siderurgici chiuderanno come era già previsto dagli anni '60 del secolo scorso!  E se poi provassimo a cercare un produttore europeo qualsiasi di TV... allora vuol dire che si è dei buontemponi!!!

Ciò cosa significa? Che è in atto una decrescita delle produzioni industriali in Europa e nel mondo occidentale, od almeno di alcune produzioni. Per esempio, il solo Bangladesh occupa 4 milioni di persone nel settore delle produzioni tessili... in Italia, cinesi di Prato compresi, saranno forse 40.000 ?
Che significa? Che se dal 2000 abbiamo, in maniera più consistente in questi ultimi 5 anni, perso il 25% di produzione industriale è colpa della mancata competitività che ci forniva la Lira rispetto all'Euro? E' colpa dell'esposizione creditizia delle banche verso le attività produttive che piuttosto che investire in rinnovamento di processo e di prodotto hanno invece dilapidato questi denari e diminuito la produttività? Mah... ne Il Mito della Produttività e sua appendice in verità abbiamo scoperto altro: che gli italiani lavorano più ore, vengono pagati di meno... ma producono fuffa!  Eh sì, perchè una cosa è produrre merci, un'altra produrre valore!!!

I governi che finora si sono avvicendati, e che immaginiamo questa situazione la conoscano e l'abbiano prevista, si sono più che altro affannati a esternalizzare i costi delle imprese, trasferendoli sui lavoratori o sull'ambiente finchè si è potuto. Adesso alle cesoie bisogna sostituire le mannaie, perchè il colpo ricevuto è massiccio... ed allora vai con una ulteriore deregolamentazione del lavoro: acausalità per 36 mesi del tempo determinato, apprendistato all'acqua di rose fino a 29 anni, deregolamentazione del licenziamento per i neoassunti... e così via. Il fatto è questo: meno produzione industriale un Paese ha, meno organizzazione scientifica del lavoro e parallela regolamentazione è richiesta.

Se un Paese produce acciaio, ad esempio, può implementare un'economia produttiva parallela a questa produzione dando così continuità di commesse all'attività produttiva di acciaio... la quale darà continuità alle attività estrattive di minerale di ferro, carbone, ecc... senza dire delle attività di produzione energetica necessaria per far andare queste attività. Insomma, finchè la cosa è in un qualche modo sostenibile, si fa PIL... e debito pubblico e privato. Ma se diventa non più sostenibile, ed il mercato è saturo, allora si chiude e si prova a convertirsi in quella che appare essere lo scenario prossimo futuro: servizi.

Servizi? Di servizi ce ne sono tanti... ma i servizi sono quanto di più aleatorio ci sia. Immaginiamo di possedere un ristorante, con una capienza di 70 posti a sedere. Occorreranno almeno 3-4 camerieri, un cuoco ed un aiuto cuoco, un lavapiatti, un addetto alle pulizie... se si vuole garantire un "servizio" adeguato. Ma questo naturalmente a pieno regime... produttivo. Ma se oggi è martedì non è lo stesso se è sabato... e che faccio? Licenzio il martedì e riassumo il sabato?
Infatti è quello che fanno, per certi versi.

Più ci si disimpegna dalle produzione industriali o comunque artigianali, e si veicolano le attività professionali verso i servizi, più viene meno la organizzazione scientifica del lavoro e la sua regolamentazione. Chi pensa che lo Statuto dei Lavoratori fosse una conquista delle lotte operaie capisce ben poco delle complesse dinamiche dei processi decisionali.
Più l'economia si concentra nel settore dei servizi, più il lavoro diventa, necessariamente, precario! E' per questo che nel Paese che più ha deindustrializzato negli anni scorsi del comando blairiano della terza via,  in Inghilterra come abbiamo scritto qui, esiste il favoloso contratto a zero ore! Se oggi ho bisogno, lavori. Se no altrimenti resti a casa a leggere un... blog!

Se il ceto politico fosse più trasparente, a fronte di queste trasformazioni delle attività imprenditoriali ed economiche e quindi del lavoro, impronterebbe delle politiche che provino a calmierare gli effetti di indeterminazione che un'economia non industriale produce. Invece, disperatamente, prova solo a contenerne gli effetti provando a liberare di alcuni costi le imprese nella speranza che la riduzione dei costi per alcuni perchè trasferiti ad altri (nulla si crea, nulla si distrugge... tutto si trasferisce!) deceleri l'eutanasia industriale dell'Italia. Nel frattempo, le imprese chiudono ugualmente.
Se quindi l'economia di un Paese smette di essere principalmente produttiva, sul piano complessivo della produzione di valore, per divenire un'economia a trazione del settore terziario, è inevitabile che anche il lavoro diventi... flessibile. Ma le spese che la quotidianità richiede, però, non sono flessibili. Anzi, sono piuttosto fissi come i ... canoni. E ditemi voi, nelle vostre bollette, quanta parte di ciò che pagate è costo fisso! Senza scrivere di affitti, mutui, ecc ecc. Se poi flessibilizziamo l'alimentazione, allora dobbiamo essere molto bravi, altrimenti rischiamo di esporci a rischi derivanti da cattiva alimentazione... chissà che non ritorni la peste.

Più un'economia è trainata dal terzo settore, più il ruolo della politica e della redistribuzione dei redditi diventa centrale alla produzione di opportunità di lavoro. Più il lavoro diventa flessibile ed intermittente per le motivazioni intrinseche di alcune attività imprenditoriali, più la democrazia e la giustizia sociale diventano centrali. E più centrale diventa il ruolo della politica, non solo per riqualificare - attraverso le regolamentazioni e le leggi - le attività produttive e gli indirizzi produttivi, ma soprattutto per dare continuità di redditto ai cittadini di un Paese, ovvero attuare politiche di redistribuzione dei redditi.
Per questi motivi, cari capitalisti, non solo un Dio potrà salvarci, se ne esiste uno, ma soprattutto - come comanda il precetto biblico de "l'aiutati che Dio t'aiuta" - una forma diversa di relazione sociale. Un nuovo paradigma produttivo, di vita, di comunità. Più sostenibile. Più resiliente. Più umanistico.






1 commento:

Mario Staffaroni ha detto...

eccellente, non serve aggiungere altro.

Dovrebbe essere oggetto di un grande dibattito
così che raggiunga tanti di noi che si interrogano su cosa fare.

mario staffaroni